L’Italia è di nuovo al centro dei grandi flussi dell’economia globale. Merito, innanzitutto, delle nostre imprese, che hanno sviluppato una crescente cultura del mercato e della competitività. Sono diventate, infatti, sempre più attraenti per gli investimenti internazionali, ma hanno anche sviluppato una forte intraprendenza estera, ampliando gli investimenti diretti su parecchi mercati, dagli Usa al Brasile, dalla Cina alle altre nazioni più dinamiche. “L’Italia torna all’estero: acquisizioni per 9,3 miliardi”, titola in prima pagina “Il Sole24Ore” di domenica, con un documentato articolo di Paolo Bricco che racconta come “il nostro capitalismo sta esprimendo all’estero un buon dinamismo” anche se “il processo di internazionalizzazione dell’economia italiana continua ad avere dimensioni strutturalmente minori rispetto agli standard europei”: siamo ancora in coda negli investimenti esteri, a confronto con i grandi paesi Ue (Germania e Gran Bretagna, innanzitutto) anche per gravi limiti di sistema (eccesso di burocrazia e regolazione formale, fisco esoso e complesso, corruzione diffusa, lentezze della giustizia, gravi carenze nelle infrastrutture, etc.) e le nostre imprese, dinamiche ma piccole rispetto ai mercati esteri, fanno poche acquisizioni.

Il panorama difficile sta comunque cambiando. Qualcosa si muove. E vale dunque la pena darne conto. Quei 9,3 miliardi di investimenti all’estero di cui parla “Il Sole24Ore” riguardano le acquisizioni fatte da imprese italiane nel primo quadrimestre del 2015. Un ottimo dato, anche rispetto ai 12,2 miliardi di tutto il 2014, comunque in gran progresso rispetto alle cifre minime dal 2010 (appena 1,7 miliardi) al 2013 (4,3 miliardi). Ci si avvicina a quei 13,7 miliardi del 2009, quando ancora la Grande Crisi non aveva fatto sentire tutto il suo peso. “Le nuove rotte? Soprattutto gli Usa, e non solo per Fiat-Chrysler”, nota Bricco. “Aprirsi ai mercati globali è la soluzione anche per le piccole e medie imprese”, aggiunge Luca Orlando, sempre sul “Sole”.

Buoni dati pure per gli investimenti esteri in Italia, che si stanno concentrando sulla manifattura, abbandonando parzialmente finanza e immobiliare. I dati sono chiari: 16,8 miliardi nel 2014, dopo due anni difficili (6,2 nel 2012 e 10,7 nel 2013) e allo stesso livello del 2011. C’è da fare molto di più, naturalmente, rendendo l’Italia sempre più accogliente e competitiva. Ma ci si muove (poco, però, stando agli appena 2,4 miliardi del primo trimestre 2015).

Cosa piace delle nostre imprese? Il loro dinamismo. La solida cultura del bello e ben fatto”. Le capacità d’innovazione adattativa, soprattutto nel medium tech manifatturiero. La flessibilità. La qualità delle risorse umane. La disponibilità del management a interpretare con intelligenza e originalità le evoluzioni dei mercati. La nostra buona “cultura d’impresa politecnica”, insomma. Una vera e propria forza competitiva. Da continuare a spendere bene.

La Strategia pratica nella cultura d’impresa

La strategia d’impresa è la “disciplina” che permette di progettare l’identità desiderata di una impresa all’interno di un ambiente di riferimento e definire il piano attraverso il quale realizzare questa identità. È anche la disciplina che sta a fondamento dell’attività di valutazione di una impresa. In dettaglio, essa suggerisce il processo attraverso il quale progettare l’identità dell’impresa; indica quali sono le dimensioni rilevanti dell’ambiente e dell'impresa e suggerisce i linguaggi da utilizzare per progettare l'identità d’impresa stessa.

Tradizionalmente la strategia d'impresa (dall'inglese strategic management) viene suddivisa in tre fasi principali.

La prima consiste nell'analisi strategica, durante la quale viene osservata e studiata la situazione aziendale sia da una prospettiva interna che esterna, al fine di individuare punti di forza e debolezza. Tipici strumenti di questa fase sono l'applicazione dell'analisi SWOT e del Modello delle Cinque Forze competitive di Porter.

La seconda fase riguarda la formulazione strategica. A livello aziendale, l'obiettivo è quello di creare i presupposti per la creazione di vantaggi competitivi, scegliendo a tal scopo politiche di mercato volte alla supremazia nei costi, alla diversificazione, o al focus "di nicchia". A livello societario, vengono effettuate considerazioni riguardo alla diversificazione della gestione del portafoglio e alle conseguenti azioni di espansione o riduzione, quali fusioni e acquisizioni, joint venture, alleanze strategiche o sviluppo interno.

La terza fase è costituita dall'effettiva attuazione della strategia. Si tratta dell'implementazione delle politiche analizzate e formulate nelle due fasi precedenti tramite l'impostazione di una direzione stabilita, la strutturazione dell'azienda e la diffusione della cultura d'azienda. Presupposti necessari per tale fase sono la presenza di una leadership efficace, l'apertura all'innovazione, la chiarezza nell'organizzazione. Si tratta di una disciplina che sta subendo una veloce evoluzione. Oggi si trova a metà di un guado che la sta portando da un approccio razionalista ad un nuovo approccio "autopoietico" suggerito dai modelli e dalle metafore della complessità.

L'approccio razionalista parte da una visione specifica del rapporto tra impresa e ambiente: l'ambiente ha un suo processo di evoluzione autonomo e l’impresa deve adeguarsi, inserirsi in questo processo. L’ambiente è sostanzialmente un ambiente economico. Il processo di progettazione è di tipo top-down e in-out, e viene realizzato da specialisti che utilizzano linguaggi "digitali". Non porta mai a grandi cambiamenti di identità, ma solo alla specificazione di obiettivi quantitativi relativamente alla identità data. Il piano che ne consegue è solitamente espresso in termini patrimoniali, economici e finanziari. La sfida fondamentale che cerca di affrontare è la sfida della competizione. Il valore di cui si occupa è sostanzialmente patrimoniale, economico e finanziario. In sintesi, con questo approccio al fare strategia, si tende a conservare l’attuale sistema economico. Si tratta di un approccio che appare particolarmente astratto e non è mai stato utilizzato da imprenditori di grande successo.

L’approccio "autopoietico" è quasi all'opposto. Vede l’ambiente come un universo di potenzialità che l’impresa e la sua rete di alleanze e partnership può far convogliare nella direzione voluta. Detto diversamente, non è l’impresa che si adegua all’ambiente, ma è l’impresa che crea l’ambiente. L’ambiente non è principalmente economico, ma anche sociale, politico, istituzionale, culturale e mediatico. Il processo di progettazione è tipo bottom-up e out-in. Più precisamente, è un processo di creazione sociale che coinvolge stakeholder (portatori d'interessi nei confronti dell'impresa) sia interni che esterni. Vengono utilizzati linguaggi analogici ed il piano è, invece che un prodotto ingegneristico, una sorta di "opera d’arte". La sfida fondamentale che cerca di affrontare è di tipo imprenditoriale: la creazione di un nuovo sistema economico. Il valore di cui si parla non è solo patrimoniale, economico e finanziario, ma è anche sociale, politico, istituzionale, culturale. Si tratta di un approccio che appare molto simile, anche se ancora più potente, rispetto all’approccio utilizzato da imprenditori di successo.

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